ALESSANDRA CALO'

Alessandra Calò crea opere al confine tra fotografia e arte contemporanea, sperimenta nuovi linguaggi e si avvale della tecnica dell’appropriazione per un recupero memoriale. Le sue opere scavano nel passato per tentare un dialogo col presente, un tempo in cui tutti hanno la possibilità di esistere nella forma di esseri senzienti, fantasmi o prefigurazioni. 

Tra i progetti cui ha lavorato ricordiamo il contributo per il museo temporaneo di Italo Rota, Gli oggetti ci parlano; l'installazione FluxusFace commissionata dalla Fondazione Palazzo Magnani per la giornata del Fluxus ; Antipodi Apolidi per il museo di Arte contemporanea Spazio Gerra, Vite senza fine per l’inaugurazione del Tecnopolo di Reggio Emilia, successivamente segnalato dalla giuria internazionale per il Premio Celeste 2014. 
Nel 2013 cura la fotografia per Saga Il canto dei canti, Opera Equestre di Giovanni Lindo Ferretti, e ne realizza il libretto d’opera per la SONY MUSIC. Nello stesso anno prende parte insieme ad altri fotografi al progetto editoriale In t'la nudda, indagine sociale sull’Appennino Reggiano” (Edizione ABao Aqu) e al progetto The Dance of Resistance - Adolf Reichwein, a biography in movement per la State Ballet School of Berlin, in collaborazione con l’artista tedesco Roman Kroke.  

Selezionata da Giliola Foschi ed Elio Grazioli, nel 2014 vince la sezione OFF di Fotografia Europea con il progetto Secret Garden. Dopo l’anteprima reggiana presso Palazzo Brami, l’installazione viene esposta in gallerie d’Italia, Francia e Olanda. 
Nel 2015 viene selezionata dal comitato scientifico di Fotografia Europea - composto da Walter Guadagnini, Elio Grazioli e Diane Dufour - e riceve l’incarico della produzione di un’opera, Fotoscopia, per i 50 anni della sede dell’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, inserito nel circuito ufficiale del Festival Fotografia Europea ed esposto presso la Galleria Parmeggiani. Viene selezionata dai curatori di Confini (premio di fotografia contemporanea) per il progetto NDT No Destructive Testing, un’indagine nella propria storia familiare condotta attraverso radiografie e fotografie. 
Parallelamente alle sue ricerche personali, collabora con affermati artisti locali e internazionali. Alcune sue opere sono state pubblicate su importanti testate giornalistiche nazionali e internazionali (Marie Claire Maison, Elle decoration UK, Left, Vogue, L’Espresso, TuStyle). 

 

Secret Garden

 

Figure femminili venute da un mondo antico ritrovano la propria storia nel mistero di un negativo. E lasciano che lo sguardo penetri oltre la trasparenza, fino a scoprire paesaggi nascosti.

Secret Garden è un progetto di installazione, nato a Reggio Emilia ed esposto per la prima volta durante l’edizione di Fotografia Europea 2014.
Viene selezionato dai curatori Elio Grazioli e Gigliola Foschi e si aggiudica il primo premio nella Sezione Off.

Quello che l’artista chiede a chi si avvicina all’opera è «un viaggio per ritrovare qualcosa che si è perso: scoprire che dentro di noi germoglia un giardino, che basterebbe solo un attimo per scoprirne i fiori, il profumo, i colori... E ritornare dal viaggio con la consapevolezza di esistere ancora».

 

Si tratta di un’installazione di venticinque opere che fa riaffiorare emozioni e pensieri dimenticati attraverso vecchie lastre negative. Ognuna delle opere si compone di un cubo nero, nella cui faccia è inserita la lastra: una finestra che nasconde e al contempo svela un giardino, il cuore del contenitore. Arbusti e fiori si sommano e si mescolano alle figure in superficie, quasi a voler concretizzare emozioni e ricordi di una vita da mettere a fuoco.
I negativi ritraggono donne dei primi anni del secolo scorso. L’inversione di chiaroscuro preannuncia e accompagna il ribaltamento del punto di vista di chi osserva: ciò che è chiaro, visibile a tutti, perde importanza a scapito di ciò che è nascosto e normalmente invisibile. Ogni cubo poggia su una struttura in ferro dotata di cassetto: qui è custodito l’ennesimo “segreto”, una breve opera letteraria che l’artista ha affidato ad una scrittrice, e che la scrittrice ha creato immaginando la storia della donna.
Al contrario di un'immagine riflessa nello specchio - simulacro simmetrico della nostra figura e per questo distaccata e straniante - l'immagine trasparente coinvolge lo spettatore e lo porta ad osservarla da vicino, ad oltrepassarla per cercare dentro di essa il paesaggio che nasconde. È un lavoro tutto al femminile: i volti ritratti, i testi delle scrittrici che gli danno voce, la sensibilità e l’estetica che lo accompagna.

 

Avvinta come l’edera

Nella serie “Avvinta come l’edera”, Alessandra Calò elabora una rete di corrispondenze a partire dall’incontro con uomini e piante, lasciando allo spettatore il gioco di ascoltarne il fruscio. Il tiglio, il faggio, comuni arbusti e rampicanti guardano al cielo per implorare una storia divina: la ritrovano nella citazione della Metamorfosi, così come Ovidio la narrò per toglierci le parole con un’opera dalla bellezza definitiva.
Corpo e natura si uniscono in un abbraccio, dentro al quale ciascuno assume le sembianze dell’altro e rinnova il proprio aspetto. È l’esito fatale della confusione panica dell’artista e di chi si lascia trascinare, è il rischio di trasportarsi ai bordi delle strade, tra parchi e giardini con un corpo mortale. Nell’incontro ravvicinato con le fattezze vegetali, l’opera invera una lunga genealogia che risale alla creazione e ai miti fondanti. Nell’attimo in cui la pelle si riempie di fronde, c’è il ricordo di Mirra che per l’incesto diventa albero, Filemone e Bauci sfiniti dagli anni e cambiati in corteccia nello stesso istante, c’è Ciparisso trasformato in cipresso e Giacinto che trapassa in fiore per l’amore di un Apollo disperato. E c’è anche Ermafrodito abbrancato dalla ninfa Salmace, che gli strappa combattutissimi baci come l’edera abbarbicata ai grandi tronchi, finché i corpi dei due si congiungono e si saldano fusi in un tenace abbraccio. Utve solent hederae longos intexere truncos.
Ecco le forme in nuovi corpi trasformate, le bocche da cui sgorga fogliame e gli occhi ormai intrappolati, anneriti o sbiancati da una passione vittoriosa che tutto trasforma. Il classico e il popolare si mescolano in un verso semplice e intenso assurto a titolo dell’opera: “Avvinta come l’edera”, recita una canzone di Nilla Pizzi, “…respiro il tuo respiro, son l’edera legata al tuo cuor, sono folle di te e questa gioventù in un supremo anelito”. Dietro l’angolo, in un giorno come un altro, l’edera afferra chi conserva la memoria dei miracoli del poeta latino.